Questa pagina si
pone come obiettivo principale quello di ridimensionare l'opinione
comune riguardo alcuni argomenti di estremo interesse per chi segue
cartoni animati giapponesi, sigle, manga e quant'altro, sfatando
alcuni miti e definendo i ruoli esatti di alcuni nomi noti agli
appassionati del settore: chi era esattamente Alessandra Valeri
Manera? Chi censurava i cartoni animati giapponesi? Qual era il
rapporto tra la psicologa Vera Slepoj e Alessandra Valeri Manera?
Sarà interessante
scoprire come malintesi e fraintendimenti si siano diffusi sulle
decine di forum e fanzine (radicandosi alla loro base proprio nel
periodo in cui questi ultimi stavano nascendo) fino a deviare e
distorcere il pensiero comune intorno al nome di Alessandra Valeri
Manera.
Spesso il termine "valori" viene associato a un luogo comune:
i vecchi valori, quei valori positivi, educativi, precettivi,
sani... non sarò retorico, ma, anche se guardandola oggi sembrerebbe
impensabile, c'è stato un periodo in cui anche la tv dei bambini
aveva e forniva dei valori.
E' il 1980 circa quando una giornalista Fininvest, non ancora
venticinquenne, pone le basi a quella che piano piano e con sempre
più forza diventerà la tv dei ragazzi delle reti segnate dal logo
del biscione.
Il suo nome è Alessandra Valeri Manera, classe 1956.
E'
questo il momento in cui nasce la più bella tv dei ragazzi, quella
che si stava delineando già da qualche anno, quella che ora avrà il
suo periodo più fiorente, quella più sana, eclettica e educativa,
quella che, però, dopo vent'anni vedrà la sua fine: è l'inizio del
nuovo millennio quando la fascia ragazzi Mediaset si sgretola, è
l'inizio del nuovo millennio quando
il ruolo di Alessandra Valeri Manera (fino ad allora
direttrice
della tv dei bambini,
ideatrice di programmi a loro dedicati,
produttrice
artistica e
scrittrice dei testi delle sigle dei cartoni
animati) si frantuma e passa a nuovi individui.
Chi è e cosa ha fatto veramente Alessandra Valeri Manera?
Direttrice della tv dei bambini per più di vent'anni,
ideatrice di programmi a loro dedicati, produttrice artistica e
scrittrice dei testi delle sigle dei cartoni animati: per quanto
immensi siano i ruoli svolti da questa donna, detti così possono
sembrare riduttivi.
Alessandra Valeri Manera è stata sposata, era ed è una donna
semplice, di sani principi, ma allo stesso tempo molto
intraprendente e capace di farsi portare rispetto.
Se qualcuno aveva la sigaretta accesa nei corridoi Mediaset, al
passaggio della signora Manera questa era subito spenta: sapevano tutti che Alessandra
odiava il fumo.
Sveglia alle 5 e, da perfetta
capostruttura,
alle 7 subito in ufficio per visionare i palinsesti.
Da sinistra in
alto Carmelo Carucci, Vincenzo Draghi e Massimiliano Pani. Dal basso
Alessandra Valeri Manera e Cristina D'Avena
Alle 9 rapido sguardo ai testi di Bim Bum Bam e Ciao Ciao,
storici programmi da lei ideati, quindi contrattazioni per acquisti dei vari cartoni dal Giappone o
dall'America.
Pranzo e il pomeriggio in sala d'incisione.
La sera a letto dopo il TG e nel week-end, di consuetudine, la
maglia.
Sempre in viaggio per curare la produzione delle sigle dei nuovi
cartoni onda, puntualmente prendeva il treno Milano-Voghera per
andare a casa di autori come Vincenzo Draghi (interprete e
compositore di centinaia di canzoni per bambini) con lo zainetto di
Topolino, i sandaletti e le calzettine di cotone.
Ai suoi collaboratori musicisti Alessandra Valeri Manera, che
conosceva già la trama del cartone, commissionava alcune sigle
attraverso uno storyboard oppure se l'animazione era già pronta,
questi la guardavano personalmente. Successivamente Alessandra valutava le
musiche proposte dagli autori e a volte capitava che dovessero rifare
completamente più di 4 o 5 volte qualche sigla. Alessandra non si
accontentava, il pezzo doveva essere perfetto. In lei c'era una
correttezza davvero ammirevole riguardo la scelta di uno o di un
altro autore.
Ma questo alcuni non l'avevano capito.
Il nome di Alessandra Valeri Manera, infatti, era quello più in
vista. Tutto ciò che aveva a che fare con la fascia ragazzi
Fininvest/Mediaset era attribuito a lei.
E così tutto il resto non contava, di questi "alcuni" citati prima
lei divenne il capro espiatorio.
Questi alcuni, ormai adulti, non erano altro che gli otaku (termine
ormai in uso in Italia per indicare anche quella fetta di
appassionati di animazione giapponese che pretendono una
trasposizione italiana maniacalmente vicina a quella originale)
incalliti o i nostalgici della tv di fine anni '70 inizio '80, accecati
da quello che non riuscivano a vedere, accecati dalla
pretesa egoista di avere cartoni curati appositamente per loro,
senza pensare più al bambino, senza pensare più alla sua tv. Anche
loro erano stati bambini, anche loro avevano visto in tv cartoni
edulcoratamente adattati (non avevano capito, infatti, che non era
Alessandra Valeri Manera a censurare, ma era la società stessa a
pretenderlo e di fatti un cartone, che siano gli anni '70, gli anni
'80 o i '90, che sia Rai o Mediaset, in fascia protetta, non è mai
stato trasmesso senza censure, mai), ma ormai erano grandi, erano
"appassionati" e volevano i cartoni senza censure. Al timone
dell'unica tv dei ragazzi veramente esistita (quella Mediaset degli
anni '80 e '90 non ha eguali, infatti) c'era ormai da anni lei,
Alessandra, e fu così che, cancellando tutto il resto, prima per
questi alcuni, poi per i molti aizzati (purtroppo ingenuamente
tramite quella che ormai stava diventando la via di comunicazione
più comune, ma anche quella più dubbia e più soggetta alla disinformazione, ovvero la rete Internet) da questi alcuni,
Alessandra divenne il capro espiatorio; la società non permetteva
che i prodotti dell'animazione per bambini andassero in tv
integralmente, ma la colpa era di Alessandra, le associazioni dei
genitori (tra cui il
MOIGE: Movimento Italiano Genitori) erano lì in
agguato se solo in fascia protetta si fossero viste sciocchezze come
un bambino al quale uscisse sangue dal naso, ma la colpa era di
Alessandra Valeri Manera. I pochi, tramite il potere devastante e
tremendo della rete Internet, avevano distorto la realtà ai molti.
Per i molti, che si avvicinavano anno dopo anno alla cultura
italiana dell'animazione giapponese, lei era "la" colpevole. Invece
di ringraziarla per i cartoni e i programmi per bambini di sani
valori che questi vedevano in Tv, invece di ringraziarla per quel mondo che
senza di lei si sarebbe frantumato, per quei cartoni più adulti e
emozionanti che dai primi anni del nuovo millennio, quando il suo
posto è stato preso da altri, sono stati effettivamente cancellati
dai palinsesti, questi la colpevolizzavano, lei era ormai diventata
il loro "demonio", l'individuo da citare nei forum di discussione
(tramite la sigla "AVM") appena si parlasse di censure e edizioni
italiane di cartoni animati.
Sembrava non si parlasse d'altro... "Al rogo AVM! Abbasso le
censure! Alessandra Valeri Manera vattene via". E così
all'l'inizio del nuovo millennio
accadde. Alessandra Valeri Manera, dopo venti gloriosi anni non
riconosciuti tali da chi doveva unicamente ringraziarla, lascia il suo
posto a nuovi individui.
"Sarete i nostri salvatori", i molti grideranno ai successori di
Alessandra. In realtà quella che per loro, in apparenza, era la
salvezza si rivelerà come l'inizio della decadenza, l'inizio della
morte della tv dei ragazzi Mediaset, tuttora morente e agonizzante.
Perché se il punto di partenza dei pochi otaku incalliti e
nostalgici poco cresciuti era sbagliato, l'obiettivo con cui il
movimento erroneamente chiamato Anti-Manera si evolse era
concettualmente nobile. Si lottava per abolire le censure:
l'obiettivo era giusto. Non possono essere tollerate censure imposte
da una società bigotta e perbenista, lo scopo era quindi corretto, ad
essere sbagliato era il nemico. La realtà distorta e deformata che i
suoi fondatori avevano presentato tramite la grande rete al vulgo
aveva fatto in modo che un movimento, concettualmente giusto,
individuasse un nemico sbagliato.
Gli appassionati del settore, ingenuamente giovani e ideologicamente
malleabili e modellabili, pensavano che scomparso questo "demonio",
obliata questa "AVM" da loro eroicamente soprannominata come Alessandra Vietato
ai Minori, sarebbero sparite le censure.
E sparite le censure loro avrebbero continuato a guardare in Tv quei
cartoni animati giapponesi tanto belli, intriganti, dai grandi
valori e insegnamenti di vita, dalle storie avvincenti e
appassionanti, ma integralmente e senza censure.
Ma chi era che portava questi cartoni in Tv? Questi Slayers,
Orange
Road, Marmalade Boy, Touch, Kodocha, Rayearth,
Sailor Moon,
tanto amati quanto edulcorati? Era lei, Alessandra Valeri Manera. E
chi era che li censurava? Era ancora Alessandra Valeri Manera? O
forse il bigottismo di una società ipocrita?
Morale della favola: il "demonio" Alessandra Valeri Manera fu
sconfitto, ma gli appassionati anti-censure quei cartoni tanto belli
in Tv non li vedranno più, perché chi li aveva portati non c'era
più... e le serie del nuovo millennio che li sostituirono,
dannatamente infantili, dementi e legate a ogni tipo di
merchandising (carte, trottole, biglie e non solo) continuavano ad
essere censurate.
Doppia beffa per un nemico non ben individuato. Forse chi bisognava
combattere era il fondamento di una società limitata, cominciando da
diversi "esemplari" di genitori, attraverso nuove generazioni con
orizzonti meno limitati.
Il cartone di Pollyanna, tratto dai libri di Eleanor Hodgman Porter,
intriso di quei valori sani citati prima, come l'amicizia, il
rispetto, la semplicità e la spontaneità, è solo una tessera
della tv dei ragazzi degli anni d'oro, quella ideata dalla vera
Alessandra Valeri Manera, l'amica, non la nemica. Era la tv che
sapeva insegnare, che ha cresciuto annate di bambini attraverso
cartoni animati fatti di vere storie, fatti di ideali, senza effetti
speciali, semplici... ma emozionanti. E chi è cresciuto vedendo
spegnersi il sorriso di Pollyanna davanti alla morte del padre per
poi ritrovarlo combattendo e ricercando la felicità, questo lo sa.
Questo lo sa chi da bambino si divertiva e imparava la mitologia
greca seguendo le avventure della piccola dea Pollon, chi imparava
la vita attraverso Oscar François de Jarjayes, chi imparava la
gentilezza con la nonnina Minù Pepperot, chi imparava a realizzare i
propri sogni come Maya Kitajima, chi imparava ad amare lo sport con
Holly e Benji, Hilary o Prendi il mondo e vai, chi imparava
l'amicizia con Memole, chi imparava a rispettare la natura con
Sandy
dai mille colori, chi imparava l'anatomia con Siamo fatti così, chi
imparava a sognare con Peter Pan o Judy Abbott, chi imparava il
rispetto con Mary e il giardino di misteri o Fiocchi di cotone per Jeanie, chi imparava ad amare la musica con
Maria e la famiglia von
Trapp, chi imparava a sognare con Himi e il suo fiocco, chi imparava
ad amare con Sailor Moon e la combriccola di Piccoli problemi di
cuore, chi (in modo attualmente inconcepibile) imparava.
E pensare che chi ha portato tutto questo in Italia, proprio
Alessandra Valeri Manera, per anni è stata criticata, maltrattata e
insultata da chi probabilmente non aveva vissuto tutto questo
(nostalgici di fine anni '70?), da chi portava avanti un movimento
contro un nemico sbagliato, da chi non capiva di trovarsi in Italia
e non in Giappone.
Ma questo chi all'epoca inveiva contro il suo capro espiatorio non
era riuscito a capirlo, non era riuscito a capire che non dipendeva
da chi stesse facendo quel lavoro in quel momento se alcuni cartoni
venivano censurati, non capiva che con qualsiasi altro individuo la
sorte funesta dei cartoni giapponesi in Italia non sarebbe stata la
stessa, sarebbe stata peggiore.
La prova lampante è sotto gli occhi di tutti, basta analizzare cosa
c'è oggi in tv. L'analisi non porterà via tanto tempo perché di
intellettualmente rilevante nella tv dei ragazzi oggi non c'è
niente. Dov'è la tv dei ragazzi? Dove sono
quei cartoni che, seppure a volte censurati in alcuni punti, ci
insegnavano a sognare, ad amare, a vivere?
Forse tutto questo risiede in quelle serie animate in cui per
salvare il mondo basta giocare a carte, sparare delle biglie o far
girare delle trottole? Sicuramente no.
Ma dove sono tutte quelle serie, tratte dai classici della
letteratura, che Alessandra Valeri Manera accuratamente, anno per
anno, comprava e mandava in onda? Tutte serie di ottimo livello,
educative e, soprattutto, non legate a nessun tipo di merchandising?
Che fine ha fatto la grande allegria di Pollyanna, la sanezza
dell'orsetto Rascal, la triste storia di Peline, la piccola Robinson
di nome Flo, le Alpi di Annette, la piccola principessa
Sara,
l'amore di Piccole Donne etc. etc.?
Non ci sono, nella nuova tv dei ragazzi non di Alessandra Valeri Manera,
nella nuova tv del merchandising, dello share, del denaro,
dell'incompetenza, dell'apparenza, questi cartoni non ci sono più.
La maggior parte dell'animazione odierna in tv riveste un target molto
basso: serie infantili e dementi, legate solo ed esclusivamente ad
ogni tipo di merchandising e tutto questo perché? Perché c'erano
alcuni che gridavano "Abbasso gli adattamenti! Abbasso
AVM! Se devono trasmettere
un cartone censurato, che non lo trasmettano!". E forse uno dei
sostituti di Alessandra Valeri Manera è proprio uno di questi
alcuni.
Errore più grave non poteva essere commesso.
Evitare di trasmettere un cartone di un target di età più elevata (lasciando
il posto a cartoni infantilissimi e privi di significato) è stato
l'errore più grande.
E' stato facile emettere sentenze sui cartoni (a volte censurati) in
onda negli anni '90 da chi ormai li vedeva con occhi più adulti,
così come è facile oggi (per chi non guarda più i cartoni del
pomeriggio di Italia1) inneggiare alla mancata trasmissione di una
serie, perché altrimenti andrebbe in onda censurata.
E' solo un modo di pensare egoista in quanto è un'affermazione nata
solo dal bisogno personale, di una persona più adulta, di piena
fruizione del cartone.
Ma i cartoni chi li guarda in tv? Solo gli appassionati più adulti? Li guardano principalmente i
bambini e in questo modo non si è pensato più a loro.
Rischiando per anni di addossarsi le colpe delle censure, Alessandra
Valeri Manera era, al contrario, del pensiero che, seppure
edulcorata, una certa serie dovesse essere trasmessa a tutti i
costi. Dall'edulcoramento dei cartoni, infatti, passava comunque una
buona parte dello spirito originale, al pubblico i sani valori
originari arrivavano ugualmente; dall'importazione regimentata
attuale, che ha praticamente cancellato queste serie più "adulte"
dai palinsesti, non arriva nulla... e se qualcosa arriva è solo una
realtà alterata e distorta.
A cosa ha portato infatti questo atteggiamento? Al fatto che i
bambini di oggi seguono e crescono con cartoni intellettualmente
poco stimolanti (in quanto diretti a un target di età molto
bassa), senza senso e privi di storie come Yu-gi-oh! o B-Daman
o ancora BeyBlade. I valori che trasmette una serie come questa sono
molto diversi dai valori di una serie come Pollyanna. E chi è
cresciuto da bambino a cavallo tra gli '80 e i '90 (anno più anno
meno) lo sa, lo nota e lo vuole denunciare, perché chi è bambino
oggi, questo non lo saprà mai.
Bambini che travisano la realtà: questi sono i risultati della tv
per ragazzi odierna, perché per salvare il mondo non servono carte o
biglie, non serve truccarsi come le Bratz o le Trollz. Se dal punto
di vista del bambino, utente di Italia1, vedere un cartone
riadattato può risultare una censura nei suoi confronti, non
farglielo vedere proprio cos'è? Non è più di una censura?
Chi è vissuto nel mondo costruito da Alessandra Valeri Manera, chi
può fare un confronto con le serie da lei trasmesse con quelle
attuali, conosce benissimo la risposta.
Gli storici programmi per ragazzi come Bim Bum Bam, Ciao Ciao,
Sabato al circo, Cantiamo con Cristina,
Game Boat hanno detto
addio al palinsesto insieme all'addio di Alessandra.
Programmi che i bambini potevano vedere in tranquillità,
divertendosi spensierati. Per loro oggi tutto questo non c'è, perché
chi pensava a loro non c'è.
Chi c'è oggi pensa al merchandising, pensa a comprare e trasmettere
cartoni che abbiano un riscontro commerciale, a questo pensa, non ai
bambini.
E se per guadagnare un secondo di pubblicità bisogna tagliare le
sigle dei cartoni, tanto amate dai bambini degli anni '80 e '90, che
lo si faccia subito! Da 2 minuti a 1 minuto per poi passare a
pochissimi secondi.
Le sigle dei cartoni animati sono e sono state un altro motivo di invettiva contro il solito capro
espiatorio. "Al monopolio, al monopolio!", solevano gridare
ingenuamente i soliti nostalgici del lustro precedente, senza capire
che sbagliavano di nuovo.
Forse pensavano che senza Alessandra Valeri Manera o
Cristina
D'Avena, sarebbero tornati quegli altri gruppi/cantanti che
cantavano le sigle dei cartoni? Lo pensavano, ma sbagliavano.
Perché se i bravissimi
Cavalieri del Re hanno cantato la loro
prima sigla nel 1981, quando cantò la sua prima sigla anche Cristina
D'Avena, se questo gruppo ha continuato a cantare sigle negli stessi
anni e, spesso, anche per la stessa rete di Cristina D'Avena per 5/6
anni nessuno vietava loro di farlo per altri 100. Ma erano due case
discografiche diverse. RCA e Five Record. A questo si doveva
pensare, non al monopolio!
Non furono Cristina D'Avena e Alessandra Valeri Manera a imporsi
sugli altri, ma gli altri a non credere più in quel mondo, nel mondo
delle sigle. Facile scaricare la colpa addosso a chi aveva saputo
costruire un sistema ben saldo che sarebbe continuato nel tempo,
farcito di signori musicisti come Giordano Bruno e Augusto
Martelli, Piero Cassano, Detto Mariano,
Carmelo "Ninni" Carucci, Gianfranco Intra,
Massimiliano Pani, Silvio Amato, Vincenzo Draghi o
ancora Gianfranco Fasano, facile per chi non era riuscito a
perpetuarlo. La RCA e la RAI avevano
deciso di non fornire più fondi per le sigle e per i cartoni,
l'allora presidente dell'RCA Olimpio Petrossi aveva smesso di credere nei cantanti e
nei gruppi che lo avevano arricchito per anni e così I Cavalieri del
Re, Le Mele Verdi, I Rocking Horse o Superobots,
Nico Fidenco,
Georgia Lepore, gli Oliver Onions scomparvero,
scomparvero perché chi
fino ad allora li aveva finanziati non credeva più in loro. Una Tv
dei ragazzi basata sul denaro e sul guadagno non poteva durare
molto. La DORO Tv Merchandising continuò a importare cartoni per emittenti private,
ma da allora furono trasmessi con la sigla giapponese. Perché non fu
realizzata una sigla italiana per serie come
Maison Ikkoku? Forse
perché il presunto "monopolio" D'Avena/Manera lo impediva? O forse
perché a nessuno più interessava che i vecchi gruppi e interpreti
cantassero ancora?
La risposta è, ancora una volta, semplice.
Senza quello che per comodità, per sfizio, per lenire i sensi di
colpa, fu definito "monopolio" Fininvest/Mediaset di D'Avena/Manera
centinaia di serie non sarebbero state trasmesse, centinaia di sigle
non sarebbero state cantate, e di certo non sarebbero rimasti gli
altri interpreti di sigle. Si sarebbe creato quello che si va
delineando oggi: il nulla. Il nulla che ha governato per anni
incontrastato in molti paesi d'Europa, tra cui la Germania, il nulla
che avrebbe governato anche in Spagna (e per molte serie anche in
Francia) se l'entourage di Alessandra Valeri Manera non avesse
esportato quelle serie anche in questi paesi.
Il nulla, il nulla che c'è oggi.
Errori fatali ne sono stati commessi, quel mondo che Alessandra
Valeri Manera ha costruito con astuzia, voglia di iniziativa,
efficienza e originalità in 20 anni, smembrato e distrutto in così
poco tempo e ora rivenduto a 4 soldi, senza rispetto per il valore
di un mondo forgiato con fatica, ma con inventiva, oggi ormai è
stato frantumato, i bambini continueranno a non avere programmi a
loro dedicati, continueranno a guardare serie intellettualmente non
stimolanti e senza alcun
valore, continueranno ad ascoltare canzoni di scarso valore
artistico.
Si aveva in mano un tesoro, che è stato inabissato ferocemente dalla
collera di gente dalla visuale ristretta...
Non resta solo che gridare: "Alessandra torna e riporta la tv dei
ragazzi al suo posto!".
Magari ancora una volta potremmo sentire:
«Pollyanna,
ricerca sempre la felicità!»
Censure e adattamenti: un'azienda, tanti
nomi e tanti ruoli diversi
Dalla parte
precedente è chiaro quindi che intorno al nome di Alessandra Valeri
Manera siano nati diversi malintesi che ne hanno pregiudicato
l'immagine e il nome all'interno della comunità di ragazzi che si
interessano di animazione giapponese. Per molti Alessandra è la
sarta che ha tagliato e ricucito diverse serie animate in onda sulle
reti Mediaset nel corso degli anni '90, è ironico invece che in
realtà lei non abbia mai agito su nessun cartone
animato, né tagliando scene né ricucendole in una versione
rimaneggiata.
Quanti di noi non
hanno letto almeno una volta, nei forum del settore, commenti di
questo tipo?
«AVM
????
Alessandra Valeri Manera, quella che censura pure le scene dove c'è
un taglietto
non la conoscevo, maledetta, quella che censura i cartoni Mediaset»
Fidarsi? No. Fare
ricerche, leggere, ragionare e dedurre con la propria testa sì. E'
questo l'atteggiamento che i nuovi appassionati di questo settore
avrebbero dovuto avere di fronte a frasi e commenti come questo.
Purtroppo molto
spesso non è stato così e i passa-parola, distorti alla radice,
hanno eccessivamente deformato l'opinione generale. Ma perché è
avvenuto questo? Sono rarissimi i casi in cui Alessandra ha
rilasciato interviste (e già da questo è facile intuire quanto, in
assenza di interventi reali, le opinioni nei suoi confronti siano
frutto di congetture), il suo nome è stato quasi sempre nell'ombra,
ma c'è stato un momento in cui Alessandra ha fatto parlare di sé:
era il 1997 quando Alessandra fece iniziare la messa in onda del
cartone animato giapponese Sailor Moon. La trasmissione
dell'anime suscitò molto scalpore, in quanto ritenuto deviante e non
adeguato al pubblico infantile, a tal punto che diversi giornali
dedicarono in quel periodo numerosi articoli al fenomeno. I poli del
dibattito erano abbracciati da Alessandra Valeri Manera, che
interveniva in quanto capostruttura della fascia ragazzi,
importatrice in Italia della suddetta serie e portavoce del gruppo
Mediaset, e la psicologa Vera Slepoj. Come scriverò, i poli
erano opposti: Alessandra difendeva la serie (e in effetti è logico
pensarlo, visto che lei stessa ha deciso di portarla in Italia), la
psicologa l'accusava. Ma era proprio quello il periodo in cui
stavano nascendo, nella grande rete, forum, gruppi e, in generale,
punti di ritrovo per gli appassionati di animazione giapponese. La
confusione generata dai media riguardo Sailor Moon, le censure e le
prese di posizione di diversi nomi del settore, fu tale che attorno
a questi ultimi si diffusero falsi miti e una generale
disinformazione povera di raziocinio ma ricca di latrati, come
quello succitato. Alessandra Valeri Manera, che era intervenuta
contro le accuse su Sailor Moon, cercando di trovare un compromesso
che placasse le polemiche (successivamente, ad esempio, la serie
andrà in onda in orario preserale), divenne
«quella che censurava
Sailor Moon e i cartoni animati giapponesi»,
solamente perché il suo nome era l'unico in vista, l'unico almeno
che avesse a che fare qualcosa con Sailor Moon, ma indipendentemente
da cosa avesse a che fare con questa serie, questo nome fu preso di
mira, in fondo un nome doveva pur venire accusato, no? Quante volte
l'umanità si è data alla caccia alle streghe, ricercando e
perseguitando determinate categorie di persone o un qualsiasi
soggetto percepito come nemico, in particolare quando questa ricerca
veniva condotta usando misure estreme e con scarsa considerazione
della reale colpevolezza o innocenza? La storia umana non è nuova a
esempi del genere. E se una persona viene etichettata come strega
difficilmente potrà togliersi questa etichetta di dosso.
Peraltro
l'etichetta, negativa e frutto di fraintendimenti, di Alessandra
Valeri Manera fu data proprio nel periodo in cui i forum di
discussione stavano nascendo e, piano piano, si stavano diffondendo
nella grande rete, radicandosi così alla base di questi ultimi.
Eppure sarebbe
bastato ragionare un poco per definire i ruoli esatti di ogni
individuo, visto che i mezzi per farlo c'erano, ma facciamolo noi.
Per quale strano
ragionamento il nome del capostruttura della fascia ragazzi, nonché
portavoce di una rete, doveva coincidere con quello di chi era
dedito a adattamenti di anime? O a quello di chi era dedito a
censurarle in post-produzione?
C'era un'azienda:
Fininvest (ormai Mediaset). C'erano i pregiudizi di
una società: quella italiana. C'erano le associazioni che si
occupavano di difendere i bambini: tra questi il MoIGE. C'era
il capostruttura della fascia ragazzi: Alessandra Valeri Manera.
E c'erano mille altri nomi dietro l'adattamento italiano di una
serie animata: quello di chi ne curava i dialoghi italiani,
quello di chi si preoccupava dell'adattamento, quello dei
sarti che facevano taglia&cuci nella post-produzione e così
via. Eppure tutto si ridusse sotto l'unico nome di Alessandra Valeri
Manera.
Alessandra
presentava una serie all'azienda, ma poi questa ne dava le direttive
(spesso elaborate assieme agli autori originali) ai propri
dipendenti, tra cui l'adattatore dei dialoghi italiani, che era
diverso per ogni cartone animato. E se le associazioni come quella
succitata protestavano contro l'azienda per scene non adatte a un
pubblico infantile, quest'ultima riceveva multe salate da pagare. E'
chiaro quindi che l'azienda, Mediaset, prevenisse multe future dando
delle direttive nell'adattamento di una serie o nel suo trattamento
durante la post-produzione.
Probabilmente
costava troppo accusare i singoli nomi di chi realizzava
ognuno di questi compiti, ma questi nomi c'erano ed erano ben
visibili. Ci sono state offerte, per anni, videosigle di coda con
ogni tipo di crediti: doppiatori, sigle, musiche, direttori del
doppiaggio, curatori dei dialoghi italiani etc. etc.
Se l'accusa di
turno era per una serie rimaneggiata nell'adattamento, per quale
motivo non fu posto sotto accusa chi realizzò questo adattamento?
Forse perché era più facile utilizzare il solito capro espiatorio.
Esempio: la quinta
stagione della serie Sailor Moon è nota agli appassionati per
essere stata pesantemente rimaneggiata rispetto alle prime stagioni
del cartone animato. Ancora oggi, di queste censure, viene accusata,
sotto un unico fascio, Alessandra Valeri Manera. Ma il suo nome non
appare tra quelli che si sono occupati dell'adattamento o della
post-produzione di questa serie, il suo nome non è mai
comparso tra quelli che hanno agito su un cartone animato. Il suo
nome appariva solo tra i crediti della sigla italiana del cartone
animato, in quanto autrice delle parole, e basta.
Qualcuno più
sveglio invece avrebbe subito notato che il cambiamento avvenuto tra
gli adattamenti delle prime serie con quello dell'ultima fu causa
del cambiamento di chi si occupava dei dialoghi italiani: Nicola
Bartolini Carrassi. Era questo il nome da accusare, non il
solito capro espiatorio.
Guarda caso lo
stesso nome apparirà tra i crediti di molte serie stravolte al pari
di quest'ultima: Hana yori dango, Marmalade Boy,
Gokinjo monogatari, Mizuiro Jidai.
Questo non vuole
essere un nuovo modo per prendere di mira altri nomi, vuole essere
semplicemente un modo per stabilire e definire, ragionando, i ruoli
di chi si è occupato di questo e quell'altro, senza prendere di mira
un capro espiatorio che espii le colpe di altri. E' un errore che
non può essere commesso da individui dotati di pensiero e
intelligenza, soprattutto quando il capro non ha nessuna colpa da
espiare.
Si è andati ad
accusare, infatti, chi nel pieno del caso Sailor Moon ne
prese le difese. Parecchie volte si leggono commenti come questo:
«(...)
del resto noi fans hard-core li abbiamo accusati più di tanto
scaricando la nostra ira sulle varie Slepoji e Valeri Manera,
responsabili per una buona parte, delle fobie falliche e
manghistiche la prima e dei tagli la seconda (...)»
dai quelli
sembrerebbe che Alessandra e questa psicologa abbiano agito a
braccetto devastando, tra i tanti, Sailor Moon. Di nuovo... fidarsi?
No. Fare ricerche, leggere, ragionare e dedurre con la propria testa
sì.
Riporto qui tre
articoli del 1997 trascritti sul sito dell'ADAM (Associazione Difesa
Anime e Manga).
Il primo dell'8
Aprile 1997 tratto da Il Giornale:
Vera Slepoy:
«Sailor Moon disturba la sessualità»
AMALFI.
Poveri bambini. O povera Tv. Non si sa più chi e cosa compiangere
nella saga della Tv cattiva maestra. Ora viene anche accusata di
disturbare lo sviluppo sessuale dei bambini. Sotto accusa questa
volta è Sailor Moon, il popolare cartone animato di Rete 4.
A lanciare l'accusa è la solita Vera Slepoj,
psichiatra. «Sailor Moon - dice - è una eroina dotata di una grande
forza, una donna che comanda. È un personaggio molto ambiguo, con
tratti maschili. Tutto ciò crea disturbi nei bambini con problemi di
femminilizzazione, bambini molto confusi che desideravano indossare
gli abiti e portare i gadget di Sailor Moon».
Il secondo del 9
Aprile 1997 tratto da La Repubblica e scritto da Simonetta
Robiony:
Per Valeri
Manera - "Sailor Moon non è pericolosa"
ROMA -
Dopo le polemiche dichiarazioni della psicologa Vera Slepoj a
proposito della serie cartoon di Retequattro "Sailor Moon",
("porterebbe devianze nel comportamento sessuale dei bambini"),
replica Alessandra Valeri Manera, responsabile
Mediaset dei programmi per ragazzi: le affermazioni «sono una
banalizzazione per vedere nella tv il demonio o l'angelo salvatore,
distraendo così l'attenzione dal vero punto: il processo educativo
avviene all'interno delle famiglie e non grazie alle sollecitazioni
della televisione».
Il terzo del 30
Maggio 1997 tratto da Il venerdì di Repubblica e scritto da
Federica Lamberti Zanardi:
Sailor Moon
HORROR
(...)
«Non mi sarei mai sognata di parlare di Sailor Moon se non fosse
prepotentemente entrata sulla scena clinica» spiega Vera Slepoj
psicoterapeuta e presidente della Federazione nazionale psicologi e
fondatrice di Video Help, una linea telefonica di supporto per le
famiglie che vogliono parlare dei problemi causati dalla
televisione. Ed è proprio attraverso Video Help che sono giunte le
segnalazioni dei cinque casi di disagio psicologico causati dalla
visione continua di Sailor Moon. Ed in base a queste segnalazioni è
stato creato un gruppo di studio con dieci psicologi che
analizzeranno per alcuni mesi il cartone animato incriminato.
Ma è possibile che una favola animata possa incidere così
pesantemente sull'equillbrio psichico di un bambino? Non saranno
stati altri fattori, come l'ambiente sociale o il clima familiare, a
determinare i disturbi dei cinque piccoli pazienti?
Alessandra Valeri Manera responsabile dei
programmi per bambini di Retequattro ha una sua idea precisa «L'ho
già detto e lo ripeto, mi sembra una delle tante banalizzazioni che
vogliono vedere nella tv il diavolo o l'angelo salvatore, distraendo
l'attenzione dal vero problema: la famiglia. E lì, infatti, che
avviene il processo educativo e non dalle sollecitazioni della tv».
Ma Vera Slepoj ha dei dati seri, precisi, che non si possono
ignorare. (...) Ma allora si deve bollare questo cartoon giapponese
come pericoloso? «Sarebbe meglio dire vietato ai minori di dodici
anni. E soprattutto si dovrebbe chiedere a Mediaset lo spostamento
della messa in onda. A quell'ora infatti davanti al video ci sono
anche bambini piccoli. Oppure, si potrebbe evitare di trasmetterlo
tutti i giorni. È, infatti, l'assiduità quotidiana che crea una
dipendenza psicologica e amplifica gli effetti negativi».
Ma in Mediaset non sono convinti che Sailor
Moon sia pericolosa, «Questo tipo di accuse fanno riferimento a
modelli maschili e femminili molto invecchiati» risponde sempre
Alessandra Valeri Manera «Sarebbe come pensare che libri che
raccontano le avventure di un gruppo di maschi come I Ragazzi della
via Paal o Cuore possano creare problemi di identità alle ragazze
che li leggono. E poi noi facciamo una grande attenzione a cosa
mandiamo in onda. Tanto che lavoriamo spesso con un'équipe di
psicologi».
Rimane il fatto che cinque bambini sono in cura per la visione
assidua di Sailor Moon. Cerchiamo allora di capire quali elementi
della storia o del disegno fanno così male ai bambini. Primo, è
troppo violento. E l'aggressività è indotta non solo dalle trame
degli episodi, ma anche da alcuni tratti del disegno.
«Gli occhi troppo grandi rispetto al viso, la
bocca anch'essa enorme e sempre spalancata rimandano un messaggio
simbolico di grande violenza», sottolinea la Slepoj. Ma
l'effetto più devastante è l'ambiguità fra il bene e il male. Se nei
vecchi prodotti giapponesi, come Mazinga o Ufo Robot, i buoni e i
cattivi erano facilmente identificabili, qui tutto si confonde. La
trama delle puntate di Sailor Moon spesso assomiglia più ad un film
di Dario Argento che ad un programma per bambini. Le guerriere della
luna, infatti non combattono contro mostri o criminali. No, il loro
nemico sono le forze oscure del Regno del male. Forze che riescono
subdolamente a impossessarsi di ignari personaggi. Così la bambina
che corre felice fra le braccia della mamma, si accorge troppo tardi
che la sua mammina è posseduta da un "inviato del regno delle
tenebre" e si trova avvinghiata ad un mostro orripilante. Ora, a
qualsiasi persona che mastichi un po' di psicologia appare chiaro
come una scena del genere vada a toccare gli aspetti più profondi
dell'inconscio, l'ambiguità ancestrale della relazione madre-figlio.
E ci si chiede, ma è veramente necessario
proporre ad un bambino delle esperienze emotive così forti? «È
proprio questo il punto. Perché i nostri figli devono essere
sottoposti a situazioni traumatiche che difficilmente
incontrerebbero nella loro vita?» si arrabbia la Slepoj «Chi
sostiene che la paura fa parte delle favole fa solo dei falsi
psicologismi. Un conto è una favola narrata da un adulto che con la
sua presenza media l'impatto emotivo con la paura. Ma l'immagine
video ha un effetto più forte perché non dà il tempo al bambino di
rielaborare lo stimolo ansiogeno. La verità è che dobbiamo
sviluppare una cultura dell'infanzia meno superficiale e con più
rispetto dei bambini».
E' evidente che il
punto di vista di questa psicologa sia diverso da quello di
Alessandra. Diverso? Meglio dire opposto, la psicologa accusa Sailor
Moon, Alessandra la difende, oltretutto con un pensiero
condivisibile: il processo educativo deve avvenire all'interno delle
famiglie e non di fronte alla televisione, così come il fatto che
I Ragazzi della via Paal racconti le avventure di un gruppo di
ragazzi non può determinare una crisi d'identità nelle lettrici
donne.
E' evidente, i loro due nomi sono stati protagonisti di una
divergenza di opinione, abbracciando i poli opposti di un dibattito,
eppure quello che ha passato la rete è ben noto, ma è impressionante
come un malinteso o un fraintendimento si siano diffusi fino a
deviare e distorcere il pensiero comune.